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April 10 Un popolo abbandonato a se stesso, in preda ai suoi feroci occupanti, che non può contare che sulla sua determinazione per non essere sterminato, detta e merita simpatia, solidarietà e sostegno. Questo vale per qualsiasi popolo angariato e oppresso, che si tratti dei tibetani, dei karen o dei palestinesi. Non esiste, non può esistere, uomo libero e degno di chiamarsi tale che, a meno di essere direttamente coinvolto in quanto appartenente per sangue alla nazione dominante, possa reagire altrimenti nella tragedia. E questo è il primo dei motivi per il quale mi batto oggi per il Tibet, e perché ero domenica in piazza con i tibetani insieme con Casa Pound ed almeno altre quattro associazioni di area nr che mi riservo di nominare ché non so quanto gradiscano la pubblicità. Nel mondo del materialismo scatenato, del razionalismo irrazionale, della bulimia informe e globale, ogni legame con lo spirito, ogni espressione della Kultur, ogni reminiscenza del sapere va imperativamente sostenuto: è una questione di essenza, pena l'accettare di vagare tra la culla e la tomba come larve che non vivranno mai. E questo è un altro dei motivi per il quale ho accolto immediatamente il richiamo del Tibet, già punto di riferimento negli anni Trenta e Quaranta per le forze che diedero vigore alla rinascenza europea. Non c'è due senza tre Quanto esposto basta e avanza e lascia perplessi il fatto che oggi ci sia qualcuno per il quale non basti e non avanzi. Ma tant'è: l'infezione della teologia marxista ha lasciato il segno ed ha fatto accettare come reale il dualismo artificiale che è fondamento dei suoi dogmi. Fu questo dogmatismo acefalo che lasciò credere ai più che esistesse un'alternativa tra Usa e Urss, tra capitalismo e comunismo e che oggi si ripropone in altre forme, anch'esse ingannevoli: Islam o Atlantico; Sud o Nord; Occidente o Anti-occidente; fino alla ripetizione quasi identica dello schema originale con un Cina o America. Tra i due poli di queste dualità c'è stata sempre, e c'è ogni giorno di più, una complicità che supera la rivalità. Accettare lo schema di conflittualità, in qualsiasi schieramento ci si ponga, significa soccombere; significa rafforzare i due elementi che si nutrono della debolezza dei popoli e, soprattutto, rinunciare a sognare - e a segnare! - un destino. Sempre bisogna sfuggire a questa morsa per affermare una Terza Posizione. Yankees e marxisti Sembra impossibile, eppure c'è chi critica sia la scelta per i karen sia quella per i tibetani in quanto, dando per scontato il dualismo di cui sopra, e considerando comunque gli Usa il peggiore dei mali, preferisce far torturare e schiavizzare gli uomini, far sterminare i popoli, far cancellare le civiltà, piuttosto che condividere il campo critico con gli odiati yankees. Di per sé questo ragionamento è idiota, eppure, forse perché, da tempi non sospetti e davvero controcorrente, vado affermando che gli Usa sono il principale centro dell'Anti-Europa, riesco ad essere indulgente con tanta avventatezza che, se non altro, preserva da “pragmatiche” contaminazioni. O meglio preserverebbe, perchè le contaminazioni si producono ugualmente mediante l'attrazione verso il presunto opposto che non è meno inquinato da agenti provocatori e da quadri irrigimentatori di quanto lo sia lo stesso partito atlantico doc. Malgrado l'indulgenza di fondo non posso però non restare sbigottito dalla mancanza di ancoraggio positivo di queste idiosincrasie. Ancora una volta a determinare i quadri in cui si muovono le scelte critiche di presunti irriducibili sono gli schemi del marxismo più banale e più becero che, neanche a dirlo, non corrispondono al vero. Usa e Cina Chi crede che gli americani siano anticinesi, o più propriamente che i centri di potere americano siano anticinesi, non ha ben presente la realtà. Confonde di certo il fatto che l'americano medio, come l'europeo medio, possa sentirsi ferito nell'orgoglio dalla crescita gialla con l'orientamento degli Usa che contano. I quali debbono a Pechino sia il ritardo del crack della loro economia, sia il salvataggio del dollaro, sia il rinvio dell'affermazione dell'euro come valuta di scambio internazionale in una nuova Bretton Wood. E fanno dichiaratamente conto sulla locomotiva cinese per affrontare la combinazione di stagnazione e recessione che paventano di qui a pochi mesi con tanto di previsioni catastrofiche sul piano finanziario. E questo senza mettere in conto né la complicità che li lega da tre decenni abbondanti nella gestione mondiale del traffico di eroina né i legami che hanno sul piano degli armamenti in una triangolazione Washington – Tel Aviv – Pechino sempre più rodata. Certo, non mancano ragioni di attrito e di preoccupazione ma al momento prevale la concordanza d'interessi, Il fatto è che, nel sistema globale, oggi stanno un po' tutti con tutti essendo, al contempo, rivali di tutti. Ma se una qualche demarcazione di massima si può cogliere, essa vede la Russia e l'Europa, ciascuna per conto proprio, sulla linea di tiro. Ed è proprio l'Europa, semmai, in un misto di interessi e rivalità, a distanziarsi dalla Cina nella misura in cui gli Usa invece le si avvicinano. Lo sviluppo europeo L'Europa occidentale gioca la sua partita, e spera di sopravvivere alla crisi che incombe – e magari di uscirne addirittura rafforzata - spingendo la sua influenza contemporaneamente verso il vicino est (le repubbliche dell'area sovietica) sia verso il vicino sud (nord Mediterraneo e Turchia). Conta di fare delle sue periferie in crescita l'alternativa alla locomotiva cinese e la garanzia della sua affermazione di potenza. Singolare è il fatto che le linee di sviluppo europeo che sembrano materialmente promettenti siano le medesime che avevano scelto gli “aborriti regimi”. Ovviamente lo spirito, essendo capitalista, ne è inverso ed allora anche i fenomeni sono obbligatoriametnte inversi, così come lo sono i flussi di capitale e di colonizzazione. Ma questo, che pure è un elemento centrale in quanto determina o la civiltà o l'inciviltà, è un altro canto. Restando nello specifico, è semmai in Europa che una critica alla Cina fa gioco, non in Usa. E le prese di posizione lo attestano: gli Usa hanno cancellato la Cina dalla lista dei “cattivi” e finora hanno solo proposto con la Clinton di boicottare la cerimonia d'inaugurazione delle Olimpiadi, e Bush ha risposto che ci penserà: non è molto. Gli statisti europei invece hanno chi più chi meno alzato la voce. Col che non voglio pretendere che schierarsi contro la Cina sia positivo in quanto “europeista”; penso di quest'Europa più o meno quello che penso degli Usa, della Cina, di Israele o dell'Iran. Ma ritengo opportuno ribadire che l'equazione pro Tibet = pro Usa è assolutamente infondata; per gli americani il Dalai Lama è oggi ingombrante come lo Scià di Persia lo era trent'anni fa e non vedono l'ora di liberarsene nello stesso identico modo. Il pensiero e l'aratro Chi pretenda di premettere alle motivazioni del cuore le ragioni del calcolo e chi metta in cima a queste l'antagonismo contro lo Zio Sam dovrebbe quindi darsi una ripassata, tanto di storia quanto di cronaca. Questo comporta però una totale revisione del pensiero e dei suoi schematismi, con l'abbandono completo dei pregiudizi derivati dal marxismo dozzinale. Se c'è qualcosa da prendere dal pensiero rosso questa è la volontà di potenza unita al metodo del leninismo, è la capacità di unire pragmatismo a strategia, non è certo la teologia incapacitante della tradizione comunista né l'isteria infantile dei centri sociali, delle femministe, dei piagnoni di ogni sorta, dei fabbricatori di anatemi. Altrimenti, se e quando le condizioni storiche lo permetteranno, se e quando la crisi consentirà di porre al centro l'ipotesi di una nazione e di una sovranità incentrate in Europa, anziché giocarci i nostri destini staremo a parlare acidi dei nostri ombelichi: saremo come i socialisti dopo Vittorio Veneto quando l'avvenire non può essere che nelle mani di chi pensa e agisce come Mussolini, con il coraggio, la spregiudicatezza, la genialità che aiutano l'uomo, padrone di sé e non schiavo dei suoi preconcetti, a tracciare il solco con l'aratro e a difenderlo con la spada. Mutanti Questo per tutti coloro ai quali non sta mai bene niente; o più esattamente a cui non sta bene niente che sia in camicia nera; perché non solo hanno maturato un ingiutificato complesso d'inferiorità ma non ne sono guariti mai. Non hanno il coraggio morale di abiurare, il che per molti sarebbe più onesto, e cercano allora di sminuire quello che fanno gli indefessi per giustificare la loro inattività, cioè il loro oscillante peregrinare verso lidi di cervellotiche utopie rivoluzionarie. E finiscono col giustificare se stessi solo e sempre con l'abbassamento degli atti altrui. Tanta piccolezza non stupisce, si accompagna sovente alla stanchezza esistenziale, alla decomposizione, all'accidia spirituale. E si tramuta in predicazioni mortifere che vanno fino alla creazione di mostruose e ibride forme di vestali farisee. A questi mutanti, che sono comunisti mancati, a questi mutanti ai quali va bene qualsiasi cosa facciano la Cina, l'Iran, le Brigate Rosse, l'ultrasinistra, e che sono così critici verso il fascismo e tutti quelli che hanno vissuto e vivono, che hanno pagato in proprio e continuano a pagare la passione che accese milioni di europei, a questi mutanti che si allineano sempre e con celerità da record ai nostri calunniatori, a questi mutanti che battono le mani a chi vuol rimuovere dai paesi baltici le statue delle nostre armate e rimetterci quelle dei sovietici, a questi mutanti che non fremono per le persecuzioni dei tibetani perché “sono fatti di politica interna(!)”, a questi mutanti che ogni giorno sputano le loro sentenze tanto perentorie quanto oblique; ebbene a questi mutanti noi vogliamo dire che ci hanno rotto i coglioni! Dove sventolano quei simboli Oggi è d'attualità la tragedia tibetana e nessun uomo libero, nessun uomo degno, nessun uomo può ignorarla. Lasciarla strumentalizzare dai professionisti dell'imbavagliamento e da quelli del travestimento, cioè dai Pannella e dalle sinistre arcobaleno, sarebbe quanto di più sbagliato si possa fare; non solo perché noi ci riconosciamo nella lunga lotta tibetana ma perché sappiamo che se a rappresentarla ci si mettono quei signori essa non può che esserne gravemente danneggiata, banalizzata, neutralizzata. Per noi batterci per il Tibet è imperativo, sia per lo stesso Tibet sia per la nostra identità. Perché noi siamo karen, noi siamo tibetani, noi siamo palestinesi, noi siamo europei, noi siamo latinoamericani. Noi siamo e saremo sempre per la libertà dello spirito e per lo spirto della libertà; noi siamo e saremo sempre dove sventolano i simboli della solarità; noi siamo e saremo sempre con tutti i popoli che combattono e ci alzeremo a difenderli contro gli individui, i gruppi, le oligarchie che si appropriano delle loro lotte per ingessarle e mummificarle in una gestione da clero degli scriba. Noi siamo e saremo sempre per l'affermazione dell'uomo e non per la sua sottomissione a dogmi, a schemi, a pregiudizi, a catene, e men che meno a patenti di validità. Per questo laddove c'è un conflitto di civiltà noi c'identifichiamo e se possibile ci siamo, anche concretamente. Per questo siamo scesi in piazza domenica e non la chiuderemo lì. Col Tibet, per il Tibet; noi, per noi. da: Gabriele Adinolfi da www.noreporter.org April 02 PAPA GIOVANNI PAOLO II:   TRE ANNI DALLA TUA MORTE. UN INSEGNAMENTO PER LA NOSTRA VITA. March 21 FREE TIBETMarch 13
Prima mossa liberalizzatrice di Raul Castro:
Cuba, saranno permessi computer e Dvd
Aumentata capacità elettrica dell'isola: si potranno comprare anche bollitori, forni a microonde e bici elettriche.......
QUESTO E' IL COMUNISMO!!!! VI RENDETE CONTO...QUESTI POVERACCI HANNO OGGI CIO' CHE NOI AVEVAMO 30 ANNI FA...E IN ITALIA C'E' ANCORA CHI SI DICHIARA COMUNISTA!!!! March 09 LA MAFIA E' DOVUNQUE: COMBATTIAMOLA.
February 21
SIAMO ALL'ASSURDO : Riad, caffé con collega: arrestata.Donna accusata di "promiscuità"
Rischia la vita Yara, una donna di nazionalità americana e saudita, che è stata "sorpresa", mentre prendeva un caffè con un collega in uno Starbucks di Riad, in Arabia. La 37enne, madre di tre figli, manager di una società finanziaria, è stata costretta a vivere barricata in casa per aver violato la legge islamica che impedisce i contatti tra uomini e donne se non consanguinei. Con il collega è stata arrestata per "promiscuità".
Come racconta il Corriere della Sera, tutto è cominciato quando i due si sono presentati nel locale sotto il loro ufficio perché era saltata l'elettricità e non potevano usare il computer.
Vestita con il tradizionale soprabito nero e il velo in testa, Yada si è vista bloccare e portare a una centrale mutawwa, la polizia religiosa, dopo che una telefonata anonima alla "Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio" aveva denunciato l'oltraggio.
La donna ha dovuto firmare una confessione e poi è stata spedita in carcere dove è stata maltrattata e trattenuta per sei ore, prima che il marito, siriano, si precipitasse a Riad per salvarla.
Adesso Yara teme per la sua vita perché c'è il rischio di persecuzioni nei suoi confronti, anche dopo l'esplosione del caso, che ha fatto il giro del Paese. La sua intenzione è quella di tornare in Usa al più presto.

January 31
Perchè la vita non va vissuta solo dal basso ventre in giù
Il discorso della castità prematrimoniale è incomprensibile per l'uomo che vive nella mentalità del mondo.
Noi possiamo fare una cosa per due motivi: o per costrizione o per amore.
Quando la facciamo per costrizione diventa difficilissimo, pesante, impossibile umanamente. Quando invece la facciamo per amore allora diventa semplicissimo, facile, anzi noi stessi siamo intraprendenti e cerchiamo di farla in modo migliore.
Mi rendo perfettamente conto del diverso grado spirituale di ognuno, tuttavia, non è il livello spirituale ciò che si richiede per essere dei buoni cristiani, ma il desiderio di amare Dio e la sua legge anche quando questa appare incomprensibile e impossibile umanamente. La discussione, il confronto, il dialogo e la crescita del gruppo, sono possibili se c'è la volontà di riconoscere un peccato come tale, anche quando il Signore da quel peccato ne ricava un bene maggiore, cioè una maggiore consapevolezza o una crescita della persona stessa. Il fatto che un peccato mi è "servito" per crescere non significa che quel peccato io lo devo consigliare agli altri, anche perchè nella storia di ognuno c'è la componente dell'azione di Dio che riesce a cavare il bene dei suoi figli anche dai loro stessi errori, ma questo non dobbiamo intenderlo come se fosse un'autorizzazione a sbagliare tanto poi Dio ci pensa.
Un conto è dire: "per me avere rapporti col mio ragazzo o con la mia ragazza non è sbagliato se c'è amore"; e un altro conto è dire: "io non capisco questo comandamento del Signore, vorrei attuarlo per amore verso di Lui ma non ci riesco".
Nel primo caso è la persona che decide ciò che è giusto o sbagliato in base al proprio umano sentire, indipendentemente da ciò che dice Dio (questo è il relativismo); nel secondo caso, invece, si percepisce la consapevolezza della propria debolezza, e il desiderio di osservare la legge di Dio e di fortificarsi facendo affidamento alla misericordia infinita e all'amore di Dio.
In fondo è proprio questa differenza che definisce la gravità di un peccato: il peccato è sempre lo stesso ma nel primo caso c'è l'ostinazione convinta nel commetterlo; nel secondo c'è il desiderio di liberarsene, per cui la "colpa" che ne deriva è molto attenuata.
Ecco che arrivo al problema dell'etica sessuale: fare l'amore ed avere un'attività sessuale disordinata è una manifestazione di questa ricerca affannosa di amore, di sentirsi amati, apprezzati, voluti, in risposta a quell'avvenimento in cui alcuni non si sono sentiti amati e che ha condizionato enormemente la loro vita.
La castità prematrimoniale è una grazia che si comprende pienamente solo nella fede e nell'amore di Dio, senza il quale sarebbe impossibile anche solo concepire la castità e il valore della verginità. La vita ci offre numerose occasioni nelle quali possiamo decidere di scegliere la nostra volontà e il nostro sentimento, o la Volontà di Dio, cioè decidere se lasciar vincere la carne o lo spirito.
Con la castità si impara a conoscere chi è veramente la persona che abbiamo a fianco, si impara a discernere la Volontà di Dio dalla propria, a valutare con libertà se è possibile compiere la volontà e il progetto di Dio con la persona che abbiamo a fianco, a crescere e fortificarsi per le tentazioni che verranno. La castità ci insegna ad amare veramente, vince l’egoismo, è un mezzo per conquistare la propria libertà, rafforza la nostra personalità, prepara l’uomo a vivere e soffrire per gli altri: in un certo senso lo prepara per la costruzione della famiglia...
Il tema della castità tocca non solo il tempo del fidanzamento e la vita matrimoniale, ma la vita intera di ogni singolo cristiano, proprio perchè per castità non si intende semplicemente astinenza fisica, ma un vivere nella purezza, cercando, con la preghiera e coi mezzi che la Madonna ci suggerisce, di lasciarci purificare dall'amore di Dio, e di lasciar trasparire dalle nostre azioni soltanto questo Amore, purificato, cioè reso "casto", dall'incontro con Dio nella preghiera quotidiana.
In passato si è detto che il rapporto sessuale fra due persone non sposate è la cosiddetta "prova d'amore", ma oggi si può benissimo affermare il contrario: la vera prova d'amore che una persona può fare al proprio partner è decidere di vivere in castità il proprio fidanzamento, come segno di rispetto verso il proprio corpo e il corpo dell'amato quale tempio dello Spirito Santo, manifestando così l'intenzione di vivere il rapporto di coppia nella vera conoscenza dell'altro.E' questo impegno serio che rivela il vero amore per la persona, amore di un certo spessore, amore che potrebbe addirittura mettere in soggezione il partner che vive lontano dalla fede, ma da questo amore, se è manifestato con la Carità e vissuto con gioia, anche l'altro imparerà ad amare, a fare scelte coraggiose che rendono la vita più bella, degna di essere vissuta, custodendo nel proprio corpo quei valori irrinunciabili e fragili, preziosi e pieni di significato, come la purezza, la limpidezza degli sguardi e del cuore. Se ci si sente soli in questo cammino è bene dialogare, parlare, confrontarsi con altri fratelli che hanno fatto scelte coraggiose nella vita, per essere sostenuti ed incoraggiati.
Il tempo del fidanzamento è la palestra della fedeltà, la roccia sulla quale si gettano le fondamenta del proprio futuro di coppia. Il tempo del fidanzamento è meraviglioso, perché l'innamoramento e le emozioni dell'amore riempiono il cuore, ma quando l'innamoramento e il fuoco della passione passerà, perché non è eterno, e si trasformerà in responsabilità, perdono e sacrificio vicendevole, allora si sarà in grado di rimanere fedeli l'uno per l'altra, se non si è stati abituati al sacrificio e alla rinuncia nel fidanzamento? January 27 Prodi... FINALMENTE A CASA November 26
LA TIRANÍA DEL COMUNISTA CHE GUEVARA
Los defensores seculares de terroristas y tiranos buscan de cualquier forma justificar sus desmanes, excesos y crímenes. El comunismo internacional, se convirtió en la tiranía más férrea del siglo pasado. Todos ellos creyeron que sus acciones por muy violentas que fueran siempre iban a ser necesarias para obtener su logros. Por lo tanto, puede justificarse sin que siquiera les remuerda la conciencia, los ajusticiamientos en masa perpetrados por el Che Guevara, Raúl Castro y otros durante los primeros meses de la Revolución Cubana. Si cayeron inocentes, no importa, porque redundo en beneficio del propósito revolucionario. Al ejercer de abogados del diablo, claro esta, mencionan figuras egregias de la historia como Sarmiento, Bolívar y San Martín.
La mención se hace a vuela pluma sin citar fuentes históricas, cifras, circunstancias, ni otros detalles que valgan a la comparación. Pero caen en una trampa porque un crimen es un crimen, sea quien sea quien lo cometa y emplear palabras como "extirpar" para suavizar con un eufemismo, como si se tratara de un grano, el hecho perpetrado, que no es otra cosa que un asesinato, no establece distinciones entre quienes emplean tales métodos de represión y violencia.
Cabe preguntarse que si se justifica que alguien como el Che realice ajusticiamientos en masa sin siquiera mediar un juicio, se puede justificar también los ordenados por Stalin o Mao TseTung, Todos se dedicaron a "extirpar" a quienes calificaban de "traidores" y "enemigos de la patria". (Como si creyeran en la Patria)
Lo que no podemos es justificar a unos y condenar a otros. La tiranía tiene muchas caras pero un solo propósito: la perpetuación del poder. Sean o no positivos para quienes siguen viviendo los resultados de cualquier crimen, no podemos condonarlo ni justificarlo.
La muerte del Che conllevó la clásica moraleja de que el crimen se paga. Al Che lo ajusticiaron con su propia receta. En el caso del Che, la CIA lo quería vivo. El Che vivo era muy valioso. El Che muerto, por el contrario, se convertiría en un mártir valioso para el comunismo internacional.
Pero el Presidente de Bolivia hizo caso omiso a la pataleta de la CIA. Evidentemente, el no estaba a su servicio.
Centenares de "izquierdistas" acuden cada año a rendir tributo al líder mitológico en el poblado de Vallegrande donde lo enterraron hace 30 años.
Los militares bolivianos intentaron organizar merecidamente su propio tributo al centenar de soldados que murió combatiendo a la guerrilla del Che. Pero el sorprendente homenaje a su enemigo, ahora agigantado por el fervor de sus admiradores, no ha sido prohibido ni obstaculizado.
Lo lamentable es también que en Cuba no se permite que se rinda un humilde homenaje a los inocentes que murieron "extirpados" (algunos a sangre fría por su propia mano) en la ola ciega de fusilamientos que desato el Che Guevara en los predios de la Fortaleza de La Cabaña.
EL CHE GUEVARA: UN SÍMBOLO DECADENTE
Una crítica a sus biografías.
Dentro de cada rebelde hay un tirano tratado de salir. Nadie se ajusta mejor a esta definición que Ernesto "Che" Guevara. Fue el Ayatola Komeini de la revolución cubana, un asceta que convirtió su propia afición a la renunciación en un imperativo moral para los demás. Un mundo gobernada por Guevara hubiera sido tan divertido como la Ginebra de Calvino. Es típico de la frivolidad de la juventud del mundo occidental el haber convertido a este inescrupuloso pedante en un símbolo 'pop' por el sólo hecho de que usaba boina, le tenía aversión al baño y resultaba fotogénico desde ciertos ángulos. Esta juventud no conoce sus sanguinarias ideas ni le interesan. Desde su punto de vista, cualquier joven que haya derrocado a un gobierno por la fuerza y en nombre de la justicia debe de ser un héroe. Para ser justo con Guevara, él no tiene la culpa de ser tan mal comprendido por los estudiantes occidentales. Nunca se preocupó por ocultar ni sus ideas ni sus acciones. Pero, pese a su enorme seriedad, en el fondo compartía la frivolidad moral e intelectual de sus admiradores occidentales. Estos dos biógrafos alegan que tenía una insaciable curiosidad intelectual. Pero no hay ninguna prueba de que se haya dignado a reflexionar, aunque fuera un poco, sobre las causas de los crímenes de Stalin y de Mao. Tampoco se detuvo nunca a meditar sobre las fuentes del poderío económico, cultural y militar de Estados Unidos. No le pareció necesario. De joven, llegó a la conclusión de que la fuente de la riqueza de Estados Unidos y Europa era la explotación, y se mantuvo aferrado a esa estupidez hasta el final. Era la única fórmula que le permitía asignarse a sí mismo un papel providencial en la historia. De otra forma, se hubiera tenido que contentar con una simple práctica de la medicina, para la que no tenía ninguna vocación. Estas largas biografías son el fruto de una diligente investigación y, aunque hay diferencias entre ellas, la imagen que emerge es básicamente la misma. Castañeda es mucho más informativo que Anderson en relación con ideas económicas de Guevara. Anderson lo es en relación con su infancia y su juventud. Castañeda ubica a la segunda esposa de Guevara, Aleida March, como miembro de la alta clase media. Para Anderson es la hija de un campesino. Castañeda menciona los hijos ilegítimos de Guevara, Anderson no hace referencia a los mismos. Pero ambos concuerdan en las características fundamentales de la vida y la obra de Ernesto Guevara. Aunque sus dos padres provenían de una familia relativamente empobrecida de la oligarquía argentina, Guevara nunca conoció la verdadera pobreza y tenía la auto confianza de los que nacen en una elite. Sufrió de asma desde muy temprano y esto trajo dos consecuencias. En primer lugar, le garantizó el amor y la ansiosa preocupación de su madre, que fue, con mucho, la mujer más importante de su vida. En segundo lugar, le dio determinación para sobreponerse a las dificultades que encontrara en su camino. Pese al asma, se convirtió en un deportista y nunca cedió ante sus limitaciones físicas. Durante el resto de su vida fue notablemente poco autocrítico. Aceptó la evaluación de su madre sobre su propia persona y creyó que lo que hacía era justo porque era él quien lo hacía. Hasta el fin de sus días, sobrestimó burdamente la importancia de su propia voluntad en la transformación del mundo que lo rodeaba. Su vanidad y su delirio de grandeza lo llevaron a la destrucción. A la que también arrastró a otros. Como deja bien clara la narración de Anderson, Guevara desarrolló desde muy temprano la consciencia de su propia importancia. Cuando estuvo en dificultades durante sus juveniles vagabundeos por América Latina, no dudó en estafar a la gente que se cruzaba en su camino. Consideraba su propia falta de honestidad como una diversión, no como una debilidad moral. Después de todo, era él quien estaba siendo deshonesto. Posteriormente, su excesiva puntillosidad en cuestiones de dinero, en la que había una gran dosis de esnobismo moral e intelectual, se convirtió en el rasero con que medía a los demás. Guevara siempre se consideró a sí mismo como un modelo. Llamarlo un pensador de segunda sería excesivamente generoso. Su concepción económica fundamental, que toda ganancia personal debería de ser eliminada de la vida económica, es una idea estúpida que ni siquiera es original. Quizás sea excusable en un adolescente. Ciertamente es imperdonable en un adulto. Y solamente un monstruo moral estaría dispuesto a matar en aras de semejante ideal. Guevara era ese tipo de monstruo. Era demasiado egoísta como para que la experiencia le hiciera cambiar de ideas. Soñaba con la creación de un Hombre Nuevo que, por supuesto, lo tendría a él como su maestro. Todos los hombres del pasado, desde el inventor de la rueda hasta Shakespeare, Newton y Mozart no satisfacían sus rigurosas exigencias. Estas dos biografías dejan claro que durante la crisis cubana de los cohetes, Guevara estuvo a favor de la guerra nuclear. Guerra que, por supuesto, hubiera provocado la muerte de decenas de millones de norteamericanos y la aniquilación del pueblo cubano. Pensaba que era deseable porque, sobre esa base de cenizas, se hubiera podido construir un mundo mejor. No sentía la más mínima vacilación al hablar a nombre de los millones de cubanos que serían inmolados. Guevara pensaba de la misma forma que Pol Pot. Si terminó matando a muchas menos inocentes que el camboyano, no fue por falta de esfuerzo. Después de todo, estaba entusiasmado con la guerra de Indochina y hubiera gozado al ver dos, tres y muchas Cambodia en todo el mundo. La diferencia entre él y Pol Pot es que nunca estudió en París. Los dos biógrafos se afanan por rescatar algo de esa vida desastrosa y repulsiva. Cualesquiera que hayan sido sus atractivos personales, un hombre que pueda haber defendido seriamente la muerte de todo un pueblo (teniendo casi la posibilidad de hacerlo realidad) tiene que ser de una indescriptible vileza. Lamentablemente, los autores no se animan a decirlo. Contradice demasiado ese clisé publicitario de nuestra época: que Guevara era un hombre fundamentalmente bueno y generoso. Y cuya imagen permite hacer excelentes carteles. Ninguno de los autores llama la atención sobre el hecho de que Guevara adoptó una posición violentamente antianortemericana y pro-soviética sin saber nada de la historia, la economía, las condiciones de vida o la cultura de ninguno de los dos países. Si Guevara se desilusionó con la Unión Soviética fue porque había dejado de ser suficientemente radical. Sus sueños eran El Gran Salto Adelante y la Gran Revolución Cultural Proletaria, con sus millones de víctimas. La ambivalencia hacia Guevara es particularmente notable en el libro de Castañeda. Es como un viejo comunista que finalmente ha aceptado que Stalin mató a decenas de millones pero que trata de rescatar algo del inmenso naufragio y habla de éxitos en la salud o en la educación pública. Castañeda es un hombre de la izquierda y, por lo tanto, no puede aceptar que la visión de Guevara sea básicamente errónea. Su ambivalencia esta bien ilustrada en las páginas 188 y 189 de su libro donde describe los efectos de los escritos de Guevara en la juventud de su tiempo. En la página 188 leemos: "Che no tenía razones para sospechar el impacto que tendrían (sus escritos) en miles de jóvenes estudiantes universitarios en los próximos treinta anos, mientras marchaban alegremente hacia la masacre. ... ningún autor debe de ser considerado responsable por la sagacidad o falta de sagacidad de sus lectores". Pero en la página 189 leemos: "El Che le dio a dos generaciones de jóvenes los instrumentos de esa fe (en la revolución), y el fervor de esa convicción. Pero también tiene que ser considerado responsable por la sangre y las vidas de esas generaciones decimadas". Estas citas contienen otra equívoco. Porque los jóvenes universitarios no sólo marchaban a ser masacrados sino también a masacrar. Guevara pensaba (como cita posteriormente el mismo Castañeda) que era necesario tener un "inquebrantable odio por el enemigo, el que empuja al ser humano más allá de sus limitaciones naturales, convirtiéndolo en una máquina de matar fría, violenta, efectiva y selectiva." Y no sólo eso. Ese odio asesino era el prerrequisito indispensable para construir un mundo mejor. Si Castañeda considera esto como noble, no quiero ni imaginarme que puede considerar innoble. ¿Cómo pudieron ver en Guevara algo más que un inescrupuloso fanático? La respuesta no está en ninguno de estos dos libros. Pero ambos contienen suficiente información como para dejar claro que Ernesto Guevara fue uno de los más implacables enemigos de la libertad del siglo XX Tomado de National Review, septiembre 15, 1997.
EL CHE: UN ASESINO SIN CAUSA
La Banda invasora del Che sólo trajo dolor y muerte al pueblo boliviano. Era el 9 de Octubre de 1967 cuando el Che Guevara llevaba once meses tratando de llevar la revolución a Bolivia. Estaba convencido que allí, en un pueblo débil tras la revolución comunista de 1952, podría triunfar su guerrilla terrorista. No le quedaba otro camino, a Cuba ya no podía volver. Él y su pequeña banda se las habían arreglado para no reclutar ni un solo seguidor entre los campesinos bolivianos. Se habían estado cuidando de una posible traición tal cual le sucediera en un principio con el partido comunista en La Paz al no haberle querido prestar ayuda. Y al final todo lo que hizo, no fue más que acorralar mediante emboscadas y matar a unos 60 civiles y soldados bolivianos. Ese es su único "logro" en Bolivia: Asesinar al boliviano. No es ninguna novedad, en toda América del Sur el "revolucionario comunista" no ha hecho más que tomar el camino de la violencia para formar su tan anhelado "Estado Comunista". El Coronel Joaquín Zenteno estaba al mando cuando el Che fue herido y capturado junto a dos de los suyos; Los demás murieron en el combate. Fue una captura bastante significativa, aunque el Che distaba mucho en esa época de ser la estatua de la libertad. Por supuesto, ya había combatido y tenido éxito junto a Fidel Castro en la Sierra Maestra de Cuba, en 1959. Había sido miembro del Gabinete de Castro. Pero era un alma inquieta y, después de escribir un cuaderno titulado "Guerra de Guerrillas" , empezó a recorrer las capitales europeas y durante meses trató de estimular la revolución en el Congo. El rumor entre los cognoscente era que Castro quería deshacerse de él, en parte debido al natural carisma del asmático fumador en pipa y aficionado a las boinas, lector de poemas y doctor en medicina, con su sonrisa socarrona y su peinado a lo Beatle. Todo eso resultaba irritante a Castro, a quien no le gustaba la idea de compartir el escenario, como descubriera su hermano, entre otros. De modo que cuando el Che dio a conocer su intención de partir para colonizar a toda la América Latina en nombre de la revolución, Castro fue fácilmente persuadido de que debía dejarlo salir de Cuba. Cuando el Che fue capturado, en el alto mando boliviano se planteó de inmediato la interrogante: ¿Qué hacer con él?. Fue llevado a una pequeña escuela de La Higuera, en donde vivían 175 campesinos muy pobremente. El General René Barrientos, Presidente de Bolivia en ese momento, ya había lidiado con Regis Debray. Debray era un joven anarco-comunista francés que, al estilo de Fred el Rojo, de Alemania y del Che Guevara, trataba de librar al mundo del capitalismo, de los militares y de las libertades civiles, y fue capturado en plena actividad terrorista. Ese mismo año había sido juzgado en Bolivia, en un juicio que sirvió para organizar las fuerzas de la izquierda internacional, precipitando una larga filípica del filósofo Bertrand Russell, que arremetía contra todo el que calificara a Regis Debray de criminal de guerra. Barrientos no quería más de eso y, por consiguiente, dio instrucciones a Zenteno de que interrogara a Guevara al día siguiente y, después, lo ejecutara. Cuando, la tarde anterior, el Che se encontró frente a un soldado que pudo haberlo matado a quemarropa, le gritó: "No dispare, No dispare. Yo soy el Che Guevara y valgo para usted mucho más vivo que muerto" . Pero a la mañana siguiente se dio cuenta de que el alto mando boliviano no estaba de acuerdo en que Guevara era más valioso vivo. Hacia el fin del interrogatorio se escuchó cuatro disparos provenientes de la habitación contigua. El sargento encargado de ejecutarlo preguntó si el Che sería lo suficientemente gentil como para dejarle su famosa pipa. El Che le dijo algo irreverente. El Che Guevara había tenido sus propias dificultades con otras guerrillas. En Camagüey, Cuba, en 1962, operaba un movimiento guerrillero anticastrista. Cuando los guerrilleros fueron capturados, el Che Guevara estaba al mando de los militares y el Che dio orden de ejecutar a los guerrilleros. Pero ahora, los mismos campesinos que no quisieron ayudar al Che vivo, y que incluso dijeron a los militares dónde podían encontrarlo, hablan con veneración del "Santo Che" . Su busto se levanta en la plaza de La Higuera, junto a fotografías colocadas en altares provisionales del Papa Juan Pablo II e imágenes de Jesús. La publicidad no se detiene ahí, se encuentran imágenes del Che en relojes Swatch, en una cerveza inglesa, en ropas, en esquíes, en varios sitios de Internet, en varios discos compactos de rock, etcétera. "Los grandes sueños se realizan con grandes sacrificios" , dijo la hija mayor del Che en la ceremonia que tuvo lugar en La Habana cuando se recibieron los huesos del Che, enviados por avión. Ella terminó su discurso con las palabras con que su padre terminaba los suyos: "Hasta la victoria siempre. Patria o muerte" . La Patria del Che era, de acuerdo con su lugar de nacimiento, Argentina; De acuerdo con su ideología, la Unión Soviética; Pero su destino fue morir en la Patria de Bolivia, que no era su Patria y en la que nada tenía que hacer. 
November 11 Non tutti coloro che fanno i propri comodi e che pensano a se stessi entreranno in cielo.
Non si può essere peccatori e santi, buoni o cattivi, degni dell'inferno e del paradiso.
Bisogna scegliere finché siamo in tempo e camminare con intelligenza, con fede e amore per diventare degni e sinceri figli di DIO, eredi del suo Regno eterno.
Attenti alla superbia che rende insensibile la nostra anima e indegna della felicità divina.
Attenti alla scontata furbizia umana che non è capace di distinguere i veri beni eterni dagli specchietti che ci luccicano davanti agli occhi sulla terra e che dovremo abbandonare October 19
| Il Parini, una scuola più serena
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Apro il sito del liceo Parini di Milano. Cerco i documenti che riguardano l'occupazione di Dicembre ma subito mi colpisce un collegamento per accedere a tutti i documenti prodotti durante l'occupazione del 1968 e a vari articoli dei quotidiani di quei giorni. Trovo due articoli interessanti. Il primo è del Corriere della Sera del 12 marzo '68 e riassume i malumori di un gruppo di genitori che inviarono una lettera al provveditore per chiedere che l'allora preside Mattalia fosse sollevato dall'incarico per avere accettato e sostenuto metodi di insegnamento di carattere eversivo da parte di alcuni insegnanti. Il secondo è de L'Unità di qualche giorno dopo e pubblica la lettera di Mattalia agli studenti del liceo dopo che gli fu tolto l'incarico di preside e accettò la candidatura propostagli dal PCI per le elezioni politiche.
Il verbale del Comitato Genitori
Cerco i documenti sull'occupazione del 2005 e trovo un verbale del Comitato Genitori del 3 dicembre che, sulla scia della strategia preventiva imperante, propone assurde soluzioni di forza e contropicchetti a fronte della possibilità di trovare gli studenti dentro la scuola per il 12 dicembre. C'è un elemento interessante da notare: la partecipazione di una rappresentante degli studenti della lista "Alternativa Aperta" che, nella discussione sull'occupazione, dichiara insieme a molti genitori di non essere disposta «ad accettare un atteggiamento lassista che permette a chi viola sistematicamente tutte le regole di non essere punito» e accetta di buon grado la proposta di punire gli occupanti con un 7 in condotta. Ora, mi riesce difficile pensare a questa ragazza che si precipita dall'insegnante tal dei tali a proporre l'abbassamento del voto in condotta del suo compagno; mi viene più facile pensare che questa stessa, in nome della cooperazione con gli insegnanti, abbia esercitato su sé stessa un condizionamento tale al rapporto di potere che si è instaurato, da farle perdere la cognizione del suo essere studentessa e non aguzzino di altri studenti, così da diventare un araldo del potere, uno schiavo buono che ubbidisce al padrone. E il problema vero è che lo fa in totale buona fede.
La serenità ignorante del potere: il Consiglio di Istituto e il Collegio Docenti
I due documenti veramente rilevanti sono le dichiarazioni del Consiglio di Istituto e del Collegio dei Docenti: la prima è stata formulata durante una seduta avvenuta nei giorni dell'occupazione; la seconda difende la convocazione e le delibere dei Consigli di Classe-tribunali che hanno preso provvedimenti disciplinari nei confronti degli occupanti. Queste due dichiarazioni sono legate da un filo conduttore che si richiama sostanzialmente a due concetti: il primo palesato, e l'altro invece nascosto, omesso, volutamente non menzionato per evitare di far scricchiolare un castello di carte già di per sé traballante. Il primo è il continuo richiamo alla serenità («in nome della serenità del lavoro comune...»; «la maggioranza vuole studiare in un clima sereno...») che, se ad una prima lettura può sembrare un elemento di mera formalità, nasconde la pericolosissima negazione di tutta l'attività politica che non rientra nei canoni del "concesso", del "permesso", del favore da parte dell'autorità scolastica, e che da rivendicazione, discussione, confronto e anche lotta si trasforma in un orpello, in un fronzolo, in una cogestione con gli insegnanti. Nella serenità di tutti, quando si soffoca il conflitto, tutto ciò che dovrebbe essere un diritto garantito, a seguito di trattative e di vertenze anche dure, diviene un favore concesso o un fastidio appena tollerato. Non solo, questa serenità così energicamente proclamata è anche un manifesto qualunquista e un invito al silenzio e alla calma per lasciar lavorare in pace chi di dovere, senza minacciare con sciocche interferenze l'importantissimo lavoro che svolge. L'elemento nascosto che si trova in questi documenti è il fortissimo tentativo di depoliticizzazione del conflitto in atto fra coloro che hanno occupato e l'istituzione scolastica; in sostanza il Consiglio di Istituto e il Collegio Docenti, nella totale incapacità di gestire la loro funzione che è ampiamente politica, negano la validità delle istanze sostenute da coloro che hanno occupato, non intervengono nell'impantanato terreno politico perché questo stesso li sottoporrebbe ad un confronto ad armi pari che di conseguenza toglierebbe loro uno spazio di azione repressiva che stanno utilizzando contro gli studenti, e infatti il loro intervento verte principalmente sulla «perdita di tempo e deconcentrazione», utilizza strumentalmente la «mancanza di unitarietà tra gli studenti», si permette di parlare di «lesione della determinazione degli studenti» a causa della chiusura delle porte, quando, senza dubbio, a stabilire se la loro determinazione è stata lesa dovrebbero essere esclusivamente gli studenti, e non gli apparati coercitivi creati dagli insegnanti o dai genitori. Nel documento del Collegio Docenti si legge anche: «la scuola non è "piazza" per comizi e propagande mediatiche ed elettorali, bensì è uno spazio pubblico destinato alla funzione di studio e formativa», ancora una volta affermazioni gravissime e contraddittorie nei concetti, poiché proprio in virtù del suo essere pubblica la scuola ha molto della piazza; essa è quel luogo basato sul confronto e su un rapporto dialettico fra tutte le componenti che ne fanno parte, ed è pubblica perché la politica entra a farne parte e perché vive anche di comizi e propagande, non della negazione degli spazi politici da parte di un Collegio Docenti nella sua peggior veste autoritaria né dell'annullamento dell'alterità e soggettività studentesca che si compie in quelle poche righe male abbozzate.
Parini 1968 - PARINI OGGI : due scuole a confronto
Nel leggere i documenti e gli articoli dell'occupazione del '68 scorgo analogie coi documenti di questi mesi che senz'altro non possono essere casuali. Cito dalla lettera dei genitori che chiedevano il sollevamento di Daniele Mattalia dall'incarico di preside: «Non siamo contrari a riforme graduali del metodo e delle strutture della scuola italiana, che ne ha certamente bisogno, ma auspichiamo che dette riforme avvengano con il rispetto del metodo democratico e non con l'adozione, da parte di minorenni, di sistemi anarchici ed eversivi». E dal verbale del comitato genitori del 3 dicembre 2005: «Si pone a più riprese il problema della legalità e della più chiara definizione delle norme entro le quali dovrebbero svolgersi le attività, anche fortemente innovative, di partecipazione degli studenti alla vita culturale della scuola». I genitori di oggi, come quelli di allora, soffrono (intenzionalmente) di una totale disabitudine al discorso politico che esce dalla cabina elettorale e riempie la scuola, le piazze, le fabbriche. Mattalia, nella sua lettera agli studenti dopo essere stato cacciato dalla presidenza del Parini, scrisse: «la politica, la qualunquisticamente deprecata politica, prima che una specifica scelta concretabile, necessariamente, in un determinato programma e in una determinata linea d'azione, è un democratico e attivo e, quando occorra, battagliero impegno per la rivendicazione dei propri diritti e per la soluzione dei problemi che concernono ciascuno e insieme, nell'ovvio rapporto sociale, tutti». I docenti del Parini non sono affatto all'altezza di aprire un piano di confronto che sia politico, ma esclusivamente repressivo, e infatti la risposta oggi è: «la scuola non è "piazza" per comizi e propagande». Nel concludere la sua lettera, l'ex preside disse: «basta con gli infingimenti, basta con gli equivoci, basta coi compromessi, basta con le concessioni e le riforme dosate sulla bilancia millesimale [...]Vogliamo un riassetto radicale e nuovo di tutta la società italiana e, in primo luogo, della scuola». Speriamo che queste parole siano una lanterna per tanti studenti e chissà, magari, anche per qualche insegnante, aspettando un altro Mattalia; qualcun'altro che non abbia paura di sporcarsi le mani.
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